La rottura italiana degli accordi cinesi della Nuova Via della Seta

Meloni Jimpin

ROMA – L’Italia è uscita dall’accordo della Nuova Via della Seta, la Belt and Road Initiative (BRI). Il governo ha compiuto il passaggio ufficiale, con una lettera inviata dalla Farnesina all’ambasciata di Pechino. Operazione con cui L’Italia si allinea con l’Unione Europea e Stati Uniti, le intenzioni erano infatti già chiare dall’estate scorsa nei colloqui tra la premier Meloni e il presidente USA, Joe Biden.

Nel 2013 il presidente cinese Xi Jinping aveva lanciato la Nuova via della Seta, il grande piano di collegamenti logistici terrestri, pagati dal governo di Pechino – ferrovie, strade, porti, ponti, aeroporti, impianti per la produzione e la distribuzione di energia etc – comprensivo degli accordi commerciali che vincolano fortemente i Paesi coinvolti. Riguardo ai contratti (Pechino ha parlato di 1.900 miliardi di euro in tutto il mondo) e finanziamenti al Sud del mondo tramite la Export-Import Bank of China.

Progetto che  prevedeva il collegamento del continente eurasiatico dalla Cina alla Spagna e successivamente espanso al continente africano, con i progetti nell’Africa Subsahariana, all’Australia e a molte altre aree. Nel 2021 il primo Paese a dire addio alla via della Seta e a rompere gli accordi commerciali con Pechino fu l’Australia. La rottura degli accordi sino-australiani iniziò a mettere in luce le crepe di una ampia prospettiva globale di sviluppo del progetto cinese BRI.

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Le reazioni del mondo associativo – economico nazionale non si sono fatte attendere:

Fai-Conftrasporto. Uggè: “Sacrosanta l’uscita dell’Italia”.
Via della Seta, “Ottima’ la scelta del governo Meloni e del ministro dei Trasporti”. Così il presidente della Federazione degli Autotrasportatori Italiani (Fai-Conftrasporto) Paolo Uggè.

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“Quella della Seta era una via sconsiderata, che si configurava già dall’inizio come un errore strategico che, a danno dell’Europa, avrebbe favorito un Paese assetato di egemonia. Non solo: ‘quel’ disegno relegava l’Italia a un ruolo marginale nei traffici provenienti dal Canale di Suez”, spiega Uggè.

“L’autotrasporto esprime il proprio compiacimento per quanto deciso e comunicato ufficialmente, con decisione, dal nostro Governo, ed evidenzia come diventi sempre più indispensabile una riforma del sistema portuale che incrementi in tempi rapidi la competitività dell’Italia attraverso il sistema della logistica e dei trasporti”, conclude il presidente Fai-Conftrasporto.

Merlo (Federlogistica-Conftrasporto): «Scelta giusta»
L’uscita dell’Italia dalla Via della Seta segna una svolta tanto importante quanto più volte auspicata proprio da Federlogistica-Conftrasporto; sancisce infatti un principio determinante per il futuro dell’Europa: giusto promuovere in ogni modo possibile lo sviluppo dei traffici marittimi e delle relazioni commerciali, ma la cessione di grandi infrastrutture europee di trasporto e di mobilità delle merci, per di più a un Paese che ha un preciso disegno egemonico, rappresenta da ogni punto di vista un errore strategico fatale per il futuro dell’Europa.

Luigi Merlo, presidente di Federlogistica sottolinea: “bene ha fatto a chiudere un accordo frettolosamente esaltato come una grande opportunità, sottacendone i rischi”.

“L’Italia – prosegue Merlo – sta prendendo finalmente coscienza dell’importanza dei porti e delle infrastrutture logistiche, sia in chiave strategica che commerciale; la scelta di uscire dal Patto per la Via della Seta non è destinato né a compromettere i rapporti con un grande partner commerciale quale è la Cina, né a incidere negativamente sull’interscambio e i traffici”.

“Credo che anche in un altro settore industriale strategicamente importantissimo, quello della cantieristica – conclude il presidente di Federlogistica – il Governo si stia muovendo nella stessa direzione favorendo una rapida uscita di Fincantieri, che ne aveva già manifestato l’intenzione, dall’accordo che consentirebbe ai cantieri asiatici di costruire navi da crociera e erodere, forti di costi infinitamente più bassi, una quota di mercato italiana, ed europea, che è stata conquistata non grazie a dumping, ma a professionalità, qualità e innovazione”.

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