Come effetto immediato dell’attacco di Israele e Stati Uniti contro l’Iran, Teheran ha disposto la chiusura dello Stretto di Hormuz, snodo strategico per il trasporto marittimo di petrolio e quindi per l’energia mondiale. Corridoio marittimo attraverso il quale transita circa il 20% del petrolio globale e il 30% del gas naturale liquefatto, un quinto del petrolio consumato a livello globale, con una media di 20 milioni di barili al giorno. Così come per il gas, un quinto del commercio mondiale di Gnl ha transitato attraverso Hormuz nel 2024, principalmente dal Qatar.
Oltre l’80% di questi flussi di greggio e gas sono diretti verso l’Asia orientale, con la Cina come principale mercato di destinazione, ma anche verso Corea del Sud, India e Giappone. Non a caso l’Energy Information Administration (EIA) degli Stati Uniti lo definisce “uno dei più rilevanti choke point petroliferi al mondo”, sottolineandone il ruolo determinante per la sicurezza degli approvvigionamenti energetici globali.
Tuttavia Hormuz rappresenta un’infrastruttura strategica anche per lo stesso Iran. Diversi analisti hanno più volte sottolineato come un blocco effettivo del transito si tradurrebbe in un grave danno per l’economia nazionale, configurandosi di fatto come una mossa autolesionista per Teheran.
Le navi che hanno invertito la rotta
Dall’analisi svolta dai ricercatori dell’i-LOG della LIUC – Università Cattaneo, attravero il sito: www.marinetraffic.com – come rilevato da Fabrizio Dallari, professore ordinario e direttore del Centro sulla Logistica e Supply Chain Management della LIUC Business School – nelle ultime 24 ore diverse navi portacontainer e tanker hanno già invertito la rotta: sia per le navi in uscita dal Golfo Persico che in entrata. Eccole nel dettaglio.
Inversione di rotta per le navi che erano in uscita dal Golfo Persico:
700 TEU “Ocean Breeze”
2800 TEU “CMA CGM San Antonio”
1100 TEU “Contship Uno”
2500 TEU “CMA CGM Manaus”
1700 TEU “CMA CGM Saigon”
2700 TEU “HONG DA XIN 768”
Inversione di rotta per le navi che erano in entrata nel Golfo Persico
1900 TEU “D QUEENS”
4700 TEU “MSC MIRA V”
4200 TEU “Maersk Boston”
4600 TEU “ZHONG GU KUN MING”
4300 TEU “NORTHERN GUARD”
La chiusura di questo coke point strategico impatterà immediatamente su tutta la supply chain di approvvigionamento. Uno shock logistico dirompente, ma non imprevisto, esterno al normale funzionamento della catena di approvvigionamento che provocherà interruzioni significative soprattutto nell’ambito logistico del mercato petrolifero e del gas.
Come nella crisi del Mar Rosso, non ancora risolta, per la minaccia degli Houti nello Stretto di Bab el-Mandeb e nel 2021 il blocco del Canale di Suez per l’arenamento della portacontainer Evergiven .
Hormuz, leva negoziale
Da tempo l’Iran utilizza lo stretto di Hormuz come leva negoziale nello scacchiere geopolitico, oggetto di ripetute minacce nei momenti di crisi più grave. Dal 1979 ad oggi in circa 20 occasioni Teheran ha minacciato di interrompere i transiti, a partire dagli anni della guerra contro l’Iraq (1980-88). I momenti di tensione si sono registrati con maggior frequenza a partire dalla crisi economica del 2008, con un picco registratosi tra il 2018 e il 2022. In quel periodo l’Iran non ha esitato a prendere di mira, direttamente e tramite i suoi alleati in Iraq e Yemen, interessi petroliferi occidentali negli Emirati e a largo delle coste di Abu Dhabi.
Proprio sulla scorta di queste continue minacce, da tempo Riad e Abu Dhabi hanno in parte dirottato il traffico di greggio via terra passando per gli oleodotti che, nel caso saudita, tagliano il regno dal Golfo a est fino al Mar Rosso a ovest e, nel caso emiratino, aggirano Hormuz passando alle sue spalle verso l’Oceano Indiano. La capacità di transito alternativa rimane però limitata: circa 2,6 milioni di barili al giorno, secondo l’Eia.
















