I lavoratori portuali tornano dunque a mobilitarsi: delegazioni dai principali scali italiani si riuniranno davanti al Ministero del lavoro il 7 maggio per rivendicare il riconoscimento del carattere usurante della loro attività, con conseguenze sul piano pensionistico.
Si tratta di una richiesta che nasce direttamente dall’esperienza quotidiana sulle banchine e nei piazzali, condivisa anche da altri settori come quello ferroviario, ma che continua a scontrarsi con la consueta obiezione della scarsità di fondi. Eppure, ci si chiede dove siano queste risorse necessarie a permettere ai lavoratori di anticipare la pensione di cinque anni.
Secondo i promotori, i fondi esistono ma vengono destinati ai programmi di riarmo, all’acquisto di armamenti per cifre ingenti e alla crescente militarizzazione di porti, ferrovie e infrastrutture strategiche. Risorse che finiscono in una logica bellica e in meccanismi di speculazione finanziaria, contribuendo all’aumento dell’inflazione e alla perdita di potere d’acquisto.
Per questo motivo, i portuali collegano la rivendicazione del riconoscimento del lavoro usurante a una più ampia opposizione alle politiche di riarmo dell’Unione Europea e alle scelte che potrebbero condurre il Paese verso scenari di guerra. Allo stesso tempo, esprimono solidarietà a chi ha condiviso con loro percorsi di lotta e oggi si trova in condizioni difficili sotto minaccia militare. Viene rivolto un invito generale a sostenere lo sciopero e a partecipare al presidio, sottolineando come la difesa di salari, diritti, salute e sicurezza sul lavoro faccia parte di una stessa battaglia contro l’economia di guerra.
Nella stessa giornata manifesteranno anche insegnanti e studenti, contrari alla possibile reintroduzione della leva militare e alle riforme del sistema scolastico: i lavoratori portuali dichiarano il loro sostegno anche a queste mobilitazioni.














