Federlogistica, Falteri: “Ponte sullo Stretto, scorciatoia per una grande Zona Franca mediterranea”

Ponte Stretto
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MILANO – Il 6 agosto scorso il CIPESS, Comitato Interministeriale per la Programmazione Economica e lo Sviluppo Sostenibile, ha approvato il progetto definitivo del Ponte sullo Stretto di Messina. Un progetto che sulla carta appare come un capolavoro di ingegneria: una lunghezza complessiva di 3.666 metri, con pilastri alti 399 metri e una luce centrale navigabile di 72 metri, sei corsie stradali, due binari ferroviari e una capacità di transito stimata in 6.000 veicoli l’ora e 200 treni al giorno.

Opera per la quale il governo ha stanziato 13,5 miliardi di euro già inseriti nella Legge di Bilancio 2024. A guidarne la realizzazione sarà la riattivata società Stretto di Messina che promette cantieri aperti entro la fine del 2025  il suo completamento nel 2032,, attivazione di nuova occupazione pari a 10.000 persone solo per il primo anno e di un impatto economico positivo valutato in 23 miliardi di euro di valore aggiunto cumulato.

Sul tema è intervenuta Federlogistica, associazione nazionale di riferimento per la logistica e il trasporto, per voce del suo presidente, Davide Falteri, che si propone come voce fuori dal coro, offrendo una chiave di lettura del tutto anomala: «Guardare al Ponte sullo Stretto come a una pur eccezionale opera infrastrutturale» – sostiene il presidente di Federlogistica – «significa aver perso qualsiasi visione per il futuro e subire passivamente la condanna del nostro Paese alla decadenza. È vero: potrebbero accadere molte cose negative, potrebbero verificarsi molteplici intoppi, ma specialmente politica e impresa potrebbero non capire che quella del Ponte sullo Stretto di Messina è un’occasione unica. L’occasione unica per rinsaldare un Paese che è sempre stato diviso fra Nord e Sud, azzerare progressivamente un quadro di ingiustizie sociali e consentire all’Italia di sfruttare a pieno quella centralità in un Mediterraneo tornato a essere centrale e decisivo, anche una connessione sana e non malata con altri continenti, l’Africa, un Medio Oriente che si candida a essere una forza unica nel panorama mondiale e un’Europa troppo sbilanciata a nord che anche per questo ha fallito i suoi obiettivi di coesione e crescita».

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Falteri propone una chiave di lettura anomala: il Ponte è la scorciatoia per una grande area franca, una ZES, peraltro già approvata, sdoppiata in una locazione occidentale e orientale che teoricamente coprono quasi 5.580 ettari, con circa il 35% assegnato alla Sicilia occidentale e il 65 % a quella orientale.

Zona Economica Speciale che per la Sicilia significa credito d’imposta per investimenti in beni strumentali con fondi che possono arrivare fino a 50–100 milioni di euro in base al progetto; semplificazioni amministrative e autorizzative: procedura semplificata con sportelli unici e tempi ridotti anche di un terzo; agevolazioni fiscali ulteriori, come una riduzione del 50% dell’imposta sul reddito per i nuovi insediamenti nelle ZES, per un periodo iniziale di 7 anni (prorogabili); Zona Franca Doganale in alcune aree portuali (possibile istituzione) e maggiore integrazione logistica e infrastrutturale (es. corridoi doganali, interporti, snodi ferroviari); programmazione supportata da fondi PNRR, con investimenti per il “last mile” nei porti e negli interporti.

Una Zona Franca con porti collegati con tutte le principali destinazioni del Mediterraneo, integrata con un nuovo sistema infrastrutturale e logistico, può davvero rappresentare la risposta, non una risposta, anche ai tanti progetti di re-shoring o friendly shoring, lanciati senza una precisa programmazione e scelte di localizzazione credibili, dopo la pandemia del Covid.

“Un tempo – prosegue Falteri – si parlava di “granaio” del mondo riferendosi a Paesi come l’Ucraina o al Nord America. La Sicilia, ed è solo un esempio delle sue potenzialità, può diventare il polo logistico dell’ortofrutta del Mediterraneo e dell’Europa nonchè delle industrie alimentari e conserviere connesse. Ma è in condizione, per la sua posizione geografica, di essere anche l’hub delle nuove risorse energetiche, idrogeno incluso. E senza dimenticare le potenzialità (anche culturali e storiche) per assumere nel quadro di una grande Zona Franca interconnessa, di una start up region per l’innovazione tecnologica”.

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Per decenni questa opera infrastrutturale determinante è stata vissuta e valutata come il risultato di una partita che divideva e divide due opposte tifoserie. “Oggi – afferma Falteri – è il momento di dire basta: con un mondo condizionato da guerre commerciali, dazi e contro-dazi, il Ponte ha tutte le caratteristiche per diventare l’arteria di un corpo economico e sociale sino a oggi sotto sviluppato spesso proprio per miopia politica”.

“E la logistica, gemellata al regime di Zona Franca – conclude – può e deve essere il valore aggiunto, attivando con il Ponte una reazione a catena di infrastrutture anche finanziabili da privati, di insediamenti industriali non schiavi di aiuti pubblici e di un network di collegamenti destinati a esaltare le potenzialità di una terra che per troppi anni (come gran parte del Mezzogiorno) è stata considerata alla stregua di una battaglia persa.”

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